Sono già passati tre mesi. È quasi un cliché sottolineare quanto velocemente scorra il tempo quando si è immersi in qualcosa di nuovo, di stimolante, di bello. Monaco di Baviera dista circa sei o sette ore di Flixbus da Padova: non è poi così lontana, almeno sulla carta. Eppure, i chilometri non riescono a rendere l’idea di come ci si senta ad essere così lontani da casa per la prima volta in venti-e-qualcosa anni.
E così, dopo due anni e mezzo di dottorato in Neuroscienze, sono finito in Germania, alla Technical University of Munich (non proprio l’habitat naturale di uno psicologo), per ritrovarmi, ironia della sorte, in un laboratorio pieno zeppo di italiani. Inevitabile chiedersi cosa ci facessi io, con la mia laurea in psicologia, in mezzo a ingegneri che progettano protesi e dispositivi per persone con amputazioni o difficoltà motorie. La risposta, almeno per me, è arrivata abbastanza in fretta. Ovunque mi trovassi, l’obiettivo era lo stesso: imparare il più possibile, spingendomi il più lontano possibile dalla mia comfort zone. A pensarci bene, ha anche senso: le protesi cercano di imitare il corpo umano, quindi qualcuno dovrà pur studiare come quel corpo funziona davvero.
Comunque, posso giurare di avere anche una vita fuori dall’università. Quando sono arrivato, a febbraio, venivo da un periodo piuttosto impegnativo, sempre in movimento, sempre a fare qualcosa. L’idea di rallentare un po’, almeno all’inizio, non mi dispiaceva affatto. Su consiglio di un amico del Collegio ho perfino iniziato a guardare One Piece, e infatti poco dopo (circa 70 episodi in tre giorni dopo) ha nevicato per la prima volta dal mio arrivo. Ma alla fine la curiosità ha avuto la meglio, e sono uscito di casa.
Monaco è una città in grado di riempirti, c’è sempre qualcosa da fare tra concerti, serate, corsi gratuiti e, che ve lo dico a fare, festival della birra. Un qualsiasi mercoledì a Monaco non ha niente da invidiare alle settimane più cariche dell’Oktoberfest. È una città elegante che a tratti nelle piazze principali, davanti al municipio in Marienplatz, può sembrare quasi severa. Ma basta voltare l’angolo e uscire di qualche metro dai soliti posti gremiti dai turisti per ritrovarti in un retroscena pieno di vita.
Il primo posto di cui mi sono davvero innamorato è stato il Kafe Marat, una sorta di centro sociale in versione tedesca. Da lì sono iniziate serate, concerti, incontri: una sequenza quasi ininterrotta di momenti che hanno riempito le settimane. Con un pizzico di fortuna, molti degli artisti che volevo vedere sono passati proprio da qui, a due passi da questa mia casa provvisoria. Va comunque detto che con la metro c’è veramente poco che non si possa considerare a due passi da casa propria. Mi dispiace per Verona, ma non mi manca correre dietro al 21 o al 22 per arrivare a Borgo Roma. Al netto di tutto, dopo tre mesi, non posso dire di aver rallentato granché.
Ma la cosa migliore, come sempre, sono gli incontri. In questi mesi ho conosciuto persone incredibili, di quelle che ti fanno sentire meno fuori posto anche quando sei lontano da tutto quello che ti è familiare. Monaco mi è sembrata una città piena di fuori posto, di persone lontane da casa che si ritrovano più vicine che mai nel condividere lo stesso sentimento dolceamaro: l’amore e l’eccitazione per quello che stanno scoprendo, e la nostalgia per il pezzo di sé rimasto a casa. La cosa incredibile è che spesso questi incontri non sono solo con persone nuove, ma anche con persone che conosci da una vita e che solo ora, da lontano, riesci davvero a riscoprire — e a portarti dietro, magari per un weekend.
E niente, tre mesi sono volati. Quello che mi piace ripetermi quando faccio qualcosa che amo è che, in fondo, è solo l’inizio. Ci saranno tanti altri concerti, tanti altri incontri, tante partenze e altrettanti ritorni. E come si fa a non essere grati per tutto questo?