Fin da quando ero piccola, il mio sogno più grande è sempre stato quello di studiare in un paese anglofono. Inizialmente, ad alimentare questo desiderio, era la mia totale fissazione per la saga di Harry Potter; crescendo, però, quell’innocente infatuazione infantile si è trasformata in un profondo e consapevole apprezzamento per la cultura anglosassone. Da un lato, il fatto di vivere immersa nei contenuti social stranieri mi ha permesso di respirare quella lingua quotidianamente; dall’altro, devo moltissimo alla mia professoressa delle superiori, che con la sua passione è riuscita a farmi amare visceralmente la materia.
Così, quando si è presentata l’opportunità di partire per l’Erasmus e ho visto che la mia destinazione sarebbe stata Dublino, ho letteralmente fatto i salti di gioia.
L’Irlanda è sempre stata una meta del mio cuore. I suoi prati sconfinati, le coste mozzafiato, la natura incontaminata e le ballate tradizionali: quell’atmosfera misteriosa e profondamente “whimsical” esercitava su di me un fascino magnetico. E posso dire, senza ombra di smentita, che le mie aspettative non sono state affatto deluse.
L’Irlanda è un paese straordinario. Certamente ha i suoi difetti — il vento incessante e la pioggia ne sono l’esempio perfetto — e io, sotto questo punto di vista, ammetto di essere stata particolarmente sfortunata: nei mesi di gennaio e febbraio non credo ci sia stato un solo giorno senza pioggia. Eppure, una volta superato lo scoglio del meteo, l’isola rivela una ricchezza d’animo sorprendente. La gente del posto è calorosa, accogliente, sempre pronta a regalarti un sorriso o a raccontare storie sulla propria nazione. Ciò che mi ha profondamente affascinato è il loro legame viscerale con la storia e con la propria terra, testimoniato dalle innumerevoli bandiere che sventolano orgogliose e da simboli come l’arpa e il trifoglio, impressi in ogni angolo.
Durante questi mesi ho avuto la fortuna di esplorare panorami incredibili: le Cliffs of Moher e la penisola di Howth rimangono in assoluto i miei luoghi dell’anima. Tuttavia, un’altra delle mie mete predilette era il pub, tappa fissa e salvifica dopo le gite del weekend. Tra una pinta di Guinness e le note della musica dal vivo, si respirava un’atmosfera avvolgente, quasi ancestrale.
In questo contesto, la mia giornata preferita è stata senza dubbio San Patrizio. La maestosa parata, le persone che cantavano e ballavano liberamente per strada, quel senso travolgente di festa e comunità mi hanno colpita dritto al cuore. Ma i ricordi più dolci sono legati ai dettagli più intimi: i preparativi con le mie amiche rigorosamente vestite di verde, i ragazzi del posto che cercavano di insegnarci la danza tipica nel quinto pub della giornata, e l’immancabile spice bag consumata a notte fonda, ridendo a crepapelle dopo aver visitato il decimo pub.
Dal punto di vista accademico e logistico, la mia esperienza si è concentrata alla UCD. Il campus mi ha conquistata fin dal primo giorno: moderno, vibrante, una vera e propria cittadella universitaria immersa nel verde, dotata di ogni servizio immaginabile e pulsante di vita studentesca. Frequentare le lezioni e relazionarmi quotidianamente con professori e studenti internazionali ha dato una spinta incredibile al mio inglese. Se prima la mia comprensione era buona, oggi sento di aver acquisito una fluidità e una sicurezza che solo il “vivere” davvero una lingua può dare.
Questa esperienza, però, è stata soprattutto un incredibile catalizzatore di crescita personale. Ho sempre saputo di essere una persona molto indipendente, era un tratto che già mi apparteneva e mi caratterizzava forte. Eppure, l’Erasmus è riuscito ad ampliare persino quel confine. Trovarsi da sola in una nazione nuova, dover gestire ogni imprevisto e
reinventare la propria quotidianità da zero mi ha dato una consapevolezza tutta nuova. Sono diventata ancora più forte, più centrata, capace di bastare a me stessa in un modo più profondo e maturo. Al contempo, aprirsi all’altro è stato un dono immenso: ho conosciuto tantissime persone provenienti da ogni angolo d’Europa e del mondo. Nel cuore porterò per sempre ogni singola anima incrociata sul mio cammino e ogni piccolo, prezioso insegnamento che ciascuno di loro ha condiviso con me.
Ora che questa avventura è giunta al termine, mi trovo spesso a riflettere sulla letteratura che ha reso celebre questa città. Penso a James Joyce e alla sua opera, Dubliners. Ma, a differenza dei suoi personaggi, io non mi sono mai sentita intrappolata a Dublino; la città non è stata per me una gabbia di paralisi spirituale. Al contrario, mi sento un po’ come l’autore stesso: ora che sono partita, sebbene lontana, sento che una parte di me non ha mai lasciato quelle strade. Non faccio altro che ripensare a quei momenti, a quell’aria salmastra, a quelle risate. E so già che, proprio come è successo a Joyce, Dublino continuerà ad abitare i miei pensieri e la mia anima ancora per moltissimo, moltissimo tempo.
Gaia Bianchi, studentessa del Collegio Ferrari Dalle Spade di Verona