“Maria sotto la croce poteva gettarsi ai piedi del figlio, parlargli. Io, invece, sono isolata in una stanza di casa per non contagiare papà, e attendo una telefonata del medico e guardo e riguardo le tue foto sul telefono. E leggo e rileggo gli ultimi messaggi che mi hai inviato dall’ospedale pochi giorni fa, quando eri in terapia sub-intensiva.
[…] Eccoti, ti rivedo mentre scrivo queste righe. Sei sfatta, pallida. Mi senti? Mi hai sentito? Ti sono giunte nella sedazione le mie parole? Hai sentito la mia mano? Dio, hai sentito il mio pianto?
[…] 9 dicembre. Vuoto. Volti che piangono, abbracci illegali. Noi al primo banco della chiesa. Dietro tanti ragazzi della tua associazione di clown-terapia col naso rosso.
[…] Ora che sono morta di fronte al loculo di mia figlia ti chiamo ancora, madre. Solo tu, che di fronte al sepolcro di tuo figlio hai continuato, puoi darmi la forza.”
All’ascolto di questo racconto, alcuni occhi si inumidiscono.
È questo l’effetto che fanno le parole di Don Gabriele Vecchione, o semplicemente Don Gabriele, parole che dal suo libro intitolato Vorrei che fossi qui. Variazioni sulla Settimana Santa, prendono vita, grazie alla lettura scenica scritta da Francesco D’Alfonso e interpretata da Matteo Santinelli, e alla musica del violoncello suonato da Filippo Boldrini.
Non si tratta, a dispetto del titolo, di uno dei soliti libri di catechesi, altisonanti e distanti dalla realtà. Tutt’altro. Don Gabriele è autore di un libro concreto e autentico, che percorre i sette giorni della Settimana Santa e vivifica i relativi passi delle Scritture con il racconto di episodi di vita reale, con “storie sanguinanti di realtà”, tratte dalla vita personale dello scrittore e da quella di donne e uomini, ragazze e ragazzi, madri, padri e figli che egli ha incontrato sul suo cammino.
Un libro fuori dagli schemi, senza filtri, che non lascia spazio ad alcun alibi, in cui il racconto si fa spesso duro, ma che proprio per questo è in grado di restituire senso. E proprio il senso dell’esistenza umana è l’oggetto di indagine di questo volume, che, a partire dall’insegnamento cristiano dei Vangeli, individua un Oltre in cui sperare.
Si sa, non appena qualcuno è disposto a rivelare la realtà senza fare sconti, i ragazzi, contraddistinti da una sete insaziabile di radicalità, ne vengono rapiti.
Tante sono infatti le reazioni e le domande che le parole di Don Gabriele scatenano.
Tra queste, l’interrogativo di una collegiale, che, di fronte alla denuncia dell’autore verso una società che fa dell’autocommiserazione un alibi per affermare una visione pessimistica della vita, chiede come ci si debba comportare di fronte al dolore e come si possa, in situazioni drammatiche come una malattia o la morte di un figlio, pensare ancora alla felicità.
“Davanti al dolore bisogna stare”. Lo sa bene, Don Gabriele, che, in qualità di cappellano della Sapienza e fondatore della Comunità San Filippo Neri – E Poi?, che offre accoglienza e supporto ai ragazzi che ne hanno bisogno, con il dolore è abituato a farci i conti. Anche quando non ci va, anche quando sarebbe più facile fuggire a gambe levate. Davanti al dolore bisogna restare.
Come è capitato a lui quando, un giorno, dopo aver trascorso una mattinata impegnativa, arrivato finalmente all’ora di pranzo con l’unico pensiero di riempire lo stomaco, si è trovato davanti un ragazzo che ha iniziato a confidargli il suo profondo dolore. Di fronte a quella confessione, Don Gabriele è rimasto, convinto che “Non c’è amore che non richieda l’effluvio del proprio tempo, l’unica cosa, l’unica davvero, che non possiamo più riprendere quando l’abbiamo donata. Se ami qualcuno, diminuisci i tuoi giorni per lui.”
Ma la ricompensa per tutto questo è una felicità autentica, fino a dire: “Quando il mio tempo era tutto a mia disposizione, non ero (così) felice”.
Per rispondere alla seconda parte della domanda, Don Gabriele racconta che un tratto comune a tutti i tossicodipendenti con cui è entrato in contatto è il vittimismo. Tutti danno la colpa della loro disgrazia a qualcosa o a qualcun altro. E forse è anche così. Ma è solo nel momento in cui riescono a smettere di autocommiserarsi che cominciano a rialzarsi. Anche la persona più infelice e disgraziata, continua, deve riuscire, e qui cita Le città invisibili di Calvino, a “[…] cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio“.
Don Gabriele ha abbracciato a pieno, anche lui senza compromessi, la sua missione. Ci racconta, infatti, che proprio oggi, prima di venire qui, è stato impegnato a procurare un alloggio per delle ragazze afghane arrivate a Roma attraverso un canale umanitario per proseguire gli studi universitari.
E lo sa anche lui che, forse, se nella vita si fosse fatto i fatti suoi sarebbe stato meglio. Ma fa comunque ciò che sente di dover fare, perché ha scelto che, un giorno, vorrà essere giudicato per l’amore che avrà donato.
E incita anche noi a fare lo stesso. Poter studiare all’università e poterci formare accademicamente e personalmente in un collegio di merito è un privilegio per cui essere grati. Perciò, se mai in futuro dovessimo ricoprire ruoli significativi nella società, l’importante sarà mettere il nostro lavoro, e prima di tutto il nostro essere donne e uomini, al servizio degli altri, facendo del bene e donando amore. Don Pino Puglisi infatti diceva: “Dio ci ama sempre tramite qualcuno”, e quel qualcuno potremmo essere noi.
Sofia Vari, allieva del Collegio Tovini di Roma