Sono le ultime settimane a Monaco e ancora non so come mi sento all’idea che questo capitolo stia per finire, che a settembre dovrò voltare pagina senza nemmeno il tempo di rileggerlo. Quando sai che un’esperienza è agli sgoccioli inizi a fare caso ai dettagli: quanto sia cambiato il modo di vivere la città, la facilità con cui puoi passeggiare senza tenere lo sguardo fisso su Google Maps, con l’impressione di sapere dove stai andando.
E ogni giorno ripercorro le mie nuove abitudini, sapendo che presto rimarranno un ricordo. Uscire di casa dall’ingresso sul retro, quello sul vialetto alberato, solo perché è dieci metri più vicino alla fermata della metro. Scendere la prima rampa di scale di corsa perché sono un po’ in ritardo e prendere invece la scala mobile alla seconda, da cui riesco a vedere se il treno è già al binario. Fermarmi sempre nello stesso punto, a metà della banchina, salire sullo stesso vagone, restare in piedi per tre fermate, cambiare a Sendlinger Tor e finalmente sedermi al mio posto, leggendo un libro o facendo una lezione su Duolingo per sfuggire all’ira di quel gufetto demoniaco. Sei mesi dopo il mio tedesco funziona solo se nessuno mi risponde.
Le giornate in ufficio hanno assunto un ritmo tutto loro, quello di un giorno che sembra durare una settimana. Gli ultimi mesi sono i più intensi, il lavoro entra nel vivo, punzecchiato dalle scadenze appena dietro l’angolo. Torni a casa appena in tempo per sederti alla finestra, a goderti il tramonto e l’aria fresca. Appena in tempo per vedere il gattone nero che gira da queste parti stiracchiarsi sul tetto e saltare in mezzo ai cespugli, come se facesse parte del paesaggio. E poi c’è l’estate. Questa estate piena di giornate al parco e pomeriggi lungo l’Isar, a farsi un bagno o a chiacchierare lungo la sponda. Qui non credo arriverà mai l’estate più calda degli ultimi diecimila anni.
I primi mesi ti sembra ancora che la tua “vera” casa ti aspetti da un’altra parte. Organizzi i weekend in Italia, aspetti gli amici che vengono a trovarti, continuando a vivere con la sensazione che tutto sia temporaneo. Poi, improvvisamente, diventa la tua città. I posti nuovi diventano posti sicuri, dove sai che la birra costa meno, che la musica in filodiffusione è quella che piace a te, dove sai che fanno i concerti belli e si balla fino alle 6 del mattino. Ma proprio quando quel luogo smette di sembrarti temporaneo, arriva il momento di lasciarlo. E a mancarmi non sarà la città in sé, ma il fatto che Monaco può essere qualunque cosa tu voglia, in qualunque momento della vita: una città nuova, piena di strade sconosciute e persone da incontrare; oppure un rifugio, dove ogni angolo è familiare e anche le giornate troppo lunghe hanno una fine.
Mi sono trovato a pensare che lasciare Monaco non fosse tanto lasciare un posto, quanto lasciare la persona che sono stato qui, lontano da tutto quello che conoscevo. Ma la verità è che quella persona non la sto abbandonando in un appartamento vuoto o in una città che presto non sarà più la mia. La porto a casa con me, esattamente così com’è. E il fatto di non dover lasciare indietro nulla di questi mesi è forse la definizione più onesta di non avere rimpianti.