Gli studenti di Verona hanno la segreta abitudine di chiamare Don Nicola Mazza: “l’imperatore”. Questo mi viene rivelato con un mezzo sussurro da un liceale mazziano seduto davanti a me a teatro, durante l’inaugurazione del Mazza Day. “Voi non siete di qui, vero?”, mi chiede il ragazzo. No, gli rispondo, noi veniamo dal Collegio di Roma, siamo qui come una piccola delegazione. “Il vostro accento non è molto romano, però”, mi fa notare. Sì, è vero, ma io non sono esattamente romano, io vengo da… ma le luci si fanno soffuse, il pubblico abbassa il volume della voce a un brusio e un occhio di bue illumina il presentatore sul palco. Ha inizio il Mazza Day.
Si parte con i rituali saluti istituzionali: uno dopo l’altro la direzione e altre stimate figure ci danno il benvenuto a Verona. Un particolare saluto, dicono, ai ragazzi che vengono da Padova e Roma; io nel mio piccolo ricambio il saluto. Ma un saluto va, continuano, anche agli ex allievi mazziani e ai ragazzi del liceo e delle medie. In effetti, la platea di questa mattina è piuttosto diversificata: dai distinti signori in giacca e cravatta, ai ragazzi richiamati dai professori perché non stanno fermi sulle sedie; poi ci siamo noi, gli studenti dei collegi universitari: c’è qualcosa nel nostro modo di fare che accomuna tutti quanti. Intendo, oltre all’età e alle barbe rasate post-sessione, c’è qualcosa nel nostro aspetto che ci distingue dal resto del pubblico; ma è un dettaglio che non riesco a focalizzare.
Nel frattempo i saluti sono terminati, e stavolta a salire sul palco è un professore universitario che deve parlare della vita di Don Mazza. Ha questo modo di raccontare, con la voce ferma e il tono incalzante (aspetta il tempo giusto tra una parola e l’altra), che ti fa istintivamente piegare in avanti, gomiti sulle ginocchia, ed ascoltare. Spiega come Don Mazza abbia passato la sua vita sempre al servizio dei meno fortunati. Il professore continua dicendo che l’istruzione al tempo (“è bene che ve lo ricordiate, cari ragazzi”) era un privilegio riservato a chi sceglieva la strada del sacerdozio, almeno per chi non poteva permetterselo altrimenti; ma Don Mazza voleva dare a tutti i ragazzi la libertà di scegliere. Questi ragazzi, sottolinea, dovevano però dimostrare di essere meritevoli. “Merito – il professore si sofferma un secondo di più – è una parola che spaventa, ma in realtà è quella che apre le porte”. Qualcuno dal fondo del teatro batte per primo le mani, e ben presto tutta la sala lo segue. Concluso il discorso del professore, il giovane presentatore ci comunica che tutti noi dobbiamo dividerci in gruppi, e discutere assieme di cosa significhi per noi essere parte della comunità mazziana.
Personalmente mi ritengo molto fortunato per il gruppo con cui sono capitato. La discussione si è svolta attorno ad un tavolo di vetro, in una piccola sala conferenze. I gruppi erano formati in modo da avere la maggior diversità possibile, quindi dai liceali fino agli ex allievi. Tutti abbiamo detto circa le stesse cose: il Mazza è un luogo straordinario, ti forma, ti fa crescere, ma allo stesso tempo richiede sacrificio ed impegno. Tutto vero, ma non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che stessimo dicendo ai ragazzi più piccoli solo delle mezze verità. E’ come se mancasse qualcosa per descrivere cosa significa davvero essere mazziani. La parola passa ad un ragazzo di Padova, giocherella per qualche secondo con la sua spilla del Mazza prima di rispondere, la fa roteare fra le dita e poi esordisce: “Credo che per me il Don Mazza sia soprattutto risata. Io rido dalla mattina fino alla sera. E’ l’unico posto in cui mi succede”.
Ecco, ecco ciò che ci accomunava tutti: il sorriso che avevamo tutti stampati sul viso. Era quello a renderci così simili. Quando è toccato al nostro gruppo dire cosa significava essere mazziani è stata quella la risposta. Certo, gli altri gruppi hanno fatto altrettanto bene a sottolineare il merito, la famiglia, l’impegno; ma io penso che noi abbiamo centrato il punto della vita quotidiana al Don Mazza. Il ridere tutti assiemi.
Dopo il teatro, è stato il turno della visita ai luoghi della mazziani di Verona. Qui ho capito perché alcuni ragazzi, nonostante i rimproveri di Don Matteo, si ostinino a chiamare Don Mazza “l’imperatore”. Verona è conquistata dai simboli del nostro fondatore, in senso positivo. La sua mano sembra essersi posata su ogni angolo, ogni vicolo conserva una qualche targa a lui dedicata, l’humilitas appare nei luoghi più improbabili. A tratti sembra che tutta Verona sia un suo grande Collegio. E’ innegabile che, in un certo senso, Don Mazza ancora imperi sui luoghi della sua vita. D’altronde, credo che sia questo quello che accade quando si dà così tanto ad una comunità: si viene sempre ricordati, soprattutto con nomignoli che fanno arrabbiare gli adulti.
Antonio Occhipinti, Presidente dell’Assemblea degli studenti, Residenza Tovini di Roma